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Raccontare la sofferenza: la fotografia di Paolo Pellegrin

LEBANON. Tyre. July, 2006. Civilians arrive in Tyre after fleeing their villages in southern Lebanon during Israeli airstrikes.

Penetrare la sofferenza, raccontarla nella sua dimensione più profonda, portarla nella sua complessità dentro uno scatto.

Questo fa Paolo Pellegrin, prima fotoreporter, poi “fotografo” (questo è come lui stesso si racconta), che nei suoi viaggi si è imbattuto nelle guerre fratricide tra esseri umani e sia in quelle tra uomo e ambiente (il riferimento è al fenomeno del riscaldamento globale).

Pellegrin ha 54 anni, ha vinto diversi premi di fotogiornalismo (dal World Press Photo alla Capa Gold Medal). Cominciò il suo lavoro nei Balcani, poi ha visitato e raccontato diverse zone calde: Cambogia, Iraq, Palestina, Libano e Giappone (al tempo dello tsunami) e l’Africa nera.

La sua fotografia trae ispirazione da Josed Koudelka e Gilles Peress.

Caratteristica importante del suo lavoro è l’oscurità che circonda le sue foto. Un’oscurità che deve essere compresa in virtù del conflitto naturale con la luce. L’oscurità per descrivere il disagio dell’esperienza e la sofferenza che ne è connaturata.

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Alessio Perigli

Alessio Perigli

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